Giro su me me stessa e mi gira la testa.

Le pareti della stanza sono color buio, siete solo voi a voler far luce.

La mia lingua non la parla nessuno, me la mordo per non sbagliare ancora.

Che si alzino pure i toni, tanto io sono sorda e non ci faccio caso.

E lascio che ci sia odore di truffa, anche se la verità me la dice lo specchio.

Ho le mani in mano, perchè decido io, credo le terrò a pugno.

 

Il sesto dov’è? E’ dentro quello? E’ quello che non ammettiamo?

Idee fondate

Ma come si fa?
Liberamente detto, c’è un problema di fondo.

Fondo della bottiglia, fondo di verità.

Io che adesso sono qui a guardarci dentro, non so come si fa.

Fondo fiduciario, fondo di caffè.

Davvero, ditemelo se lo sapete, perché io invece non lo so proprio.

Fondo, profondo, sprofondo.

“Adieau” mi vien da dire, che io il fondo l’ho toccato ma non mi riesce di risalire.
Adieau per tutto ciò che non ho voglia, che non mi va. Che non ho tempo e non ho spazio e non ho voglia di scavare. Che le unghie mie son stanche, han provato fin troppo. Ma non si buca, no, ci si scivola soltanto. Come nel buio e nel sonno che son la stessa cosa.
E non capisco, no, come si fa.

Fondamentalmente non c’è via d’uscita.

Levitazione magnetica

Non so quanti metri di nulla mettermi sotto i piedi.

Con quale pretesto far penzolare le gambe e controllare che le stringhe non si slaccino, volando poi via come piccoli gabbiani disegnati da un bambino?

A quale appiglio mi devo tenere, di che forma e materiale? Stringere, stringerei.
Dita come denti, una vita persa nei venti.

Ciao, con le mani, con la bocca, con i piedi. Ciao, con la testa, con il cuore e coi polmoni.

E’ che mi attiri e mi respingi allo stesso tempo e io finisco per rimanere ferma come una pedina senza scampo.

E’ difficile

Vedere, guardare, osservare:
andare, se lo si vuole fare davvero, oltre il primo velo che lascia trasparire qualcosa ma non abbastanza da svelare e lasciare nudi.

 

Sentire, ascoltare, origliare:
riuscire a prendere anche quelle parole non dette, o bisbigliate e lasciate uscire fuori, chiare anche se venivano dal buio interno.

 

Toccare, tastare, sfiorare:
e stringere, trovare la forza di usare tutta la pelle, sfruttare ogni punto del corpo per farlo combaciare, premere senza far male.

 

Assaggiare, annusare, assaporare, odorare:
le parole, la carne, il tono della voce. Oltre.
Andare oltre e rincorrere le piccole scosse elettriche che ci governano e risparmiare all’anima la fatica di elaborare le informazioni, dargli un senso, trasformarle in ricordi.

 

Meglio perderli, i sensi, e non preoccuparsi più di sentire male.

Mirroring

This must be the day you lose me.
It took a while but today’s the day.
I know you know it, it’s in your eyes.
And if you don’t want to speak it’s ok,
it’s ok, I know you know it.

This is the day you lose me and
you know it. I am sorry and we
tried to beat about the bush
but we got no luck, and it’s been
there too long it stinks like an old
closet full of moths.

And I spin spin spin spin
spin spin spin spin
no more walls nor mirrors
nor lights I close my eyes
and I spin spin spin spin
spin spin spin spin

Shut your eyes, shut your mouth
blank is the page and will always be
we have no word to fill it with
black is the room we need to leave
as we can’t stand still here.

And I spin spin spin spin
spin spin spin spin
no more walls nor mirrors
nor lights I close my eyes
and I spin spin spin spin
spin spin spin spin

Tè nero bollente

Ho voglia di tuffarmi in una tazza e far fatica e spingere per sentirci tutta la testa immersa e la bustina di tè che mi preme contro un occhio.
E poi spingere con le braccia e le spalle, sperando di non aver già toccato il fondo.

Poi sentirmi incastrata come nella realtà e non sapere più come muovermi. Poi ricordarmi di essere in una tazza e spingere verso il basso, con tutte le mie forze. Caderci dentro, infine, e perdermici come in un oceano di pensieri.