Alta marea

E’ come trovarsi davanti alla tempesta quando invece si vorrebbe solo una spiaggia deserta con un mare piatto davanti, giusto due piccole onde per fare sottofondo.

 

Sentitevi in colpa, non sentitevi in colpa, non sentitevi affatto, non sentitevela, se non vi va in fondo me la cavo anche da sola, il fondo me lo scavo anche da sola.

Con i granelli di sabbia sotto le unghie, i palmi accartocciati come quella bozza che è rimasta sempre a metà, ma sotto l’acqua scorre come il tempo, mica si ferma.

La testa ci sta, ci entra dentro tutta e ci rimane, struzzo che non sono altro. La sabbia è umida ma mi graffia la faccia perchè è ruvida.

 

“Anche perché, molto probabilmente, è stanca, non ce la fa…”

Là dove vola lo sguardo

Principessa di un castello di sette piani senza ascensore, inarrivabile con le dita se non in prospettiva, un miraggio umido, un’oasi luccicante, anche due se ti riuscissi a guardare negli occhi.

Ho sognato di vederti blu, più blu dell’oceano d’aria che ci separa.

E dal tuo alto rimani immobile, con lo sguardo attento e dritto, fiero e convinto.

Ma troppo in alto, troppo, troppo in alto.

 

Spazi vuoti

Non so nemmeno perchè lo faccio.

Sul serio, non lo so. Non mi pare proprio che questa cosa abbia senso. Non ce l’ha, non ce l’ha affatto.

Un cruciverba di cui non so nemmeno una risposta.

Giro su me me stessa e mi gira la testa.

Le pareti della stanza sono color buio, siete solo voi a voler far luce.

La mia lingua non la parla nessuno, me la mordo per non sbagliare ancora.

Che si alzino pure i toni, tanto io sono sorda e non ci faccio caso.

E lascio che ci sia odore di truffa, anche se la verità me la dice lo specchio.

Ho le mani in mano, perchè decido io, credo le terrò a pugno.

 

Il sesto dov’è? E’ dentro quello? E’ quello che non ammettiamo?

Idee fondate

Ma come si fa?
Liberamente detto, c’è un problema di fondo.

Fondo della bottiglia, fondo di verità.

Io che adesso sono qui a guardarci dentro, non so come si fa.

Fondo fiduciario, fondo di caffè.

Davvero, ditemelo se lo sapete, perché io invece non lo so proprio.

Fondo, profondo, sprofondo.

“Adieau” mi vien da dire, che io il fondo l’ho toccato ma non mi riesce di risalire.
Adieau per tutto ciò che non ho voglia, che non mi va. Che non ho tempo e non ho spazio e non ho voglia di scavare. Che le unghie mie son stanche, han provato fin troppo. Ma non si buca, no, ci si scivola soltanto. Come nel buio e nel sonno che son la stessa cosa.
E non capisco, no, come si fa.

Fondamentalmente non c’è via d’uscita.

Levitazione magnetica

Non so quanti metri di nulla mettermi sotto i piedi.

Con quale pretesto far penzolare le gambe e controllare che le stringhe non si slaccino, volando poi via come piccoli gabbiani disegnati da un bambino?

A quale appiglio mi devo tenere, di che forma e materiale? Stringere, stringerei.
Dita come denti, una vita persa nei venti.

Ciao, con le mani, con la bocca, con i piedi. Ciao, con la testa, con il cuore e coi polmoni.

E’ che mi attiri e mi respingi allo stesso tempo e io finisco per rimanere ferma come una pedina senza scampo.

E’ difficile

Vedere, guardare, osservare:
andare, se lo si vuole fare davvero, oltre il primo velo che lascia trasparire qualcosa ma non abbastanza da svelare e lasciare nudi.

 

Sentire, ascoltare, origliare:
riuscire a prendere anche quelle parole non dette, o bisbigliate e lasciate uscire fuori, chiare anche se venivano dal buio interno.

 

Toccare, tastare, sfiorare:
e stringere, trovare la forza di usare tutta la pelle, sfruttare ogni punto del corpo per farlo combaciare, premere senza far male.

 

Assaggiare, annusare, assaporare, odorare:
le parole, la carne, il tono della voce. Oltre.
Andare oltre e rincorrere le piccole scosse elettriche che ci governano e risparmiare all’anima la fatica di elaborare le informazioni, dargli un senso, trasformarle in ricordi.

 

Meglio perderli, i sensi, e non preoccuparsi più di sentire male.