Ho messo la testa nel frigo.

Mi sono rinfrescata le idee.

Mi sembra giusto che io debba necessariamente lasciare più spazio e.

Non lo so, diventare bidimensionale.

 

Storia di un sasso senza

Credevano tutti fosse senz’anima, senza niente dentro. Che non sentisse niente e non provasse nulla. Un essere senza alcun sentimento, un elemento della Terra privo di qualsiasi essenza.

Era piccolo, tondo, liscio, grigio. Grigio del colore del cielo quando le nuvole non fanno passare nemmeno la luce e tutto sembra un tunnel senza uscita. Era liscio, levigato dal tempo e dagli altri elementi che lo prendevano in giro perché non si muoveva mai dal suo posto. La pioggia che lo picchiava, il vento che lo faceva ruzzolare. Il sole era l’unico che lo rincuorava ogni tanto, riscaldandolo come un abbraccio.

Quel sasso era senza sesso. Non era maschio, né femmina. Era solo un sasso. Un sasso senza genere, senza una vera identità definita. Non era sicuro, non era niente. Forse era tutto. Ma lui non lo sapeva: era solo e intorno non aveva a chi chiedere.
Aveva incontrato insetti e animali di tante forme grandezze e colore, ma non parlava la loro lingua, così non aveva potuto chiedere. Avrebbe voluto, un semplice “Ciao scusa, ma tu hai mai visto altri sassi? E come sono? Sono tutti uguali a me?” e invece stava chiuso nel suo silenzio. Era sicuro ci fossero altri sassi però. Li intravedeva da lontano, fra gli steli d’erba: non erano lontanissimi, ma abbastanza perché la loro immobilità impedisse il contatto. Così se ne stava senza sapere.

Quel sasso era senza senso. Non si dava pace ma quella era una delle poche cose di cui era certo: il suo essere non serviva a nessuno. Non c’era davvero una ragione per cui dovesse starsene lì, fra gli steli verdi, senza far nulla. Non aveva senso, niente e lui in primis. Non trovava una motivazione, né tanto meno qualcuno che potesse dargliene una. Aveva provato a chiederlo al vento, ma questo non aveva fatto altro che sbuffare, dicendo che era così e basta. Aveva provato a chiederlo all’acqua, ma oltre a dirgli che tanto era tutto un andare e venire non aveva fatto. Lo avrebbe chiesto al sole, ma lui era sempre troppo lontano. Eppure lui sì, avrebbe fatto luce sulla questione, come faceva con tutto.
Così se ne stava senza averci capito molto. Stava e basta.

Quel sasso era senza senno. Era pazzo, di solitudine. Che gli altri sassi erano sempre troppo in là e lui anche a urlare non riusciva a farsi sentire da nessuno. Era impossibile per lui pensare senza poi accorgersi che tanto non avrebbe avuto alcun che da fare né da condividere. Pensava, pensava troppo. E diventava sempre più pazzo. Sempre più vittima di sé stesso. Rimuginava e parlava da solo, si dava dello stupido perché non si muoveva mai da quella situazione che non gli piaceva. Poi si ricordava di essere solo un piccolo sasso e rimaneva ancora immobile nella sua inquietudine.
Era così senza senno che perse la ragione e si ritrovò nel torto. Gli davano tutti torto, tutti contro, prima ancora che riuscisse a metterci un punto. La pioggia ormai tornava sempre più battagliera e il vento era sempre indeciso fra la carezza e lo schiaffo. Il sole ogni tanto era freddo, ma era sempre l’unico a rimanere sempre.

Quel sasso era senza sonno. Non dormiva di certo. Eh no. Troppo facile riposarsi per uno che nella vita non deve far altro che esistere. Nemmeno lo sforzo di respirare. Per cui se ne stava sempre all’erta, concentrato nel cercare di capirci qualcosa. E poi si sa mai che succedesse alcun ché. Di notte pensava ancora di più, come se l’assenza di chiunque altro gli lasciasse lo spazio infinito e intergalattico per far uscire tutti i pensieri alla rinfusa che scalciando si facevano male a vicenda. Per cui il sasso non dormiva, ché loro dovevano uscire a prendere aria, a farsi un giro nella realtà per poi tornare da dove erano venuti. Più o meno.

Così il sasso era senza. Era lì e non sapeva cosa fare.
Poi un giorno un essere a due zampe lo colpì fortissimo. Andò a sbattere contro dell’altra pietra ma era più forte e lui si incrinò tutto.

Così rimase. Per sempre. Che non si torna indietro. Rimase senza, senza nemmeno più essere tondo e liscio. Il suo grigio a colorargli anche l’umore.