Storia del bruco che voleva rimanere bruco

C’era una volta un bruco, di quelli verdi brillante, chiaro come un filo d’erba appena nato.
Anche il bruco era appena nato, ed era felice: non doveva far altro che andarsene a spasso con tutte le sue zampette e cercare un po’ di cibo e ogni tanto un po’ di compagnia.
L’aria era calda ed era piacevole stare all’aperto.

Aveva buoni amici, anch’essi bruchi. Passavano tanto tempo insieme: le giornate lunghe sembravano comunque trascorrere rapidamente e quando calava la sera si salutavano sempre sicuri di ritrovarsi il giorno dopo.

Ogni tanto le intemperie li tenevano più lontani, ognuno al riparo sotto una foglia diversa, o impegnati a non incastrarsi nel fango quando pioveva. Il sole, però, non tardava mai troppo a tornare.

Poi venne il momento in cui tutti i suoi amici cominciarono a sentire il bisogno di trasformarsi e racchiudersi nella crisalide. Chi prima, chi dopo, tutti i suoi amici si trovarono una sistemazione e si prepararono, desiderosi di diventare farfalle bellissime in poco tempo.

Ma lui, invece, no. Lui voleva rimanere bruco. Gli piaceva l’idea di volare, ovvio, ma gli piaceva anche avere tutte quelle zampe e quella semplicità delle piccole cose.

I suoi amici ormai non potevano più tenergli compagnia, chiusi nei loro bozzoli. Lui li osservava: grandi, piccini, tenuti insieme da un filo sottile o uno strato più duro. Li osservava da lontano ma anche da vicino: non li capiva. Dal canto suo, continuava a trascorrere le sue giornate come prima, un po’ annoiato dalla solitudine.

La solitudine non gli faceva bene: le giornate non correvano più via velocemente, ma arrancavano così come lui si trascinava da un ramo all’altro. Però era ancora contento di essere un bruco.

Arrivò anche il momento in cui i suoi amici tornarono, uscendo di nuovo all’aria aperta. Ma la delusione fu ancora più grande: erano bellissimi, ma i suoi amici erano cambiati. Li riconosceva a stento.

Non volevano più stare con lui, non volevano più passare le giornate come una volta. Erano sempre frettolosamente presi dal loro sbatter d’ali, alla ricerca costante di cibo o di altro che lui, lì a terra, nemmeno vedeva.

I suoi amici, quel poco di tempo che gli dedicavano, lo passavano a cercare di convincerlo: “Dai su muoviti, manchi solo tu. Da qui, dall’alto, è tutto bellissimo”.

Ma lui no. Voleva rimanere bruco. Non capiva proprio cosa ci potesse essere di meraviglioso nel dover continuare a sbattersi così tanto, a lui non serviva nient’altro che già non avesse.

Gli venne un giorno la tentazione, provò a convincersi: “Volare, in fondo, dev’essere bello. Se lo fanno tutti…e poi magari un’altra prospettiva piacerebbe anche a me”.
Ma durò poco, il bruco voleva rimanere bruco.

I suoi amici tornarono sempre più raramente, alcuni perirono poco dopo. La vita delle farfalle era una corsa molto più corta. In breve si ritrovò solo, di nuovo. O forse lo era rimasto già all’epoca, quando gli altri cominciarono la trasformazione e lui era rimasto bruco.

Da solo, ma ancora bruco. E bruco rimase. Trascorse ancora qualche giorno a mangiare la foglia, l’ultima dell’albero su cui si era ritrovato a stare. Tutto stava diventando freddo, le giornate diventavano buie più in fretta.
Ma poi il buio rimase e il bruco non si svegliò più.

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