Storia di un angolo buio che voleva venire alla luce

C’era una volta, ma era come se non ci fosse mai stato.

Era nato un giorno in cui il sole batteva fortissimo sui muri e sul cemento. Uno di quei giorni in cui sembra che le scarpe affondino nell’asfalto e i passi sono pesanti.
Era nato all’improvviso, come un pensiero che poi non riesci più a scacciare.

Era nato, ma non se n’era accorto nessuno. Lo sguardo di tutti si soffermava sempre prima, dove i raggi li accompagnavano e indicavano con certezza gli oggetti di cui scolpivano i contorni. Lui invece stava sempre lì, intrappolato nel suo eterno essere l’angolo buio che nessuno avrebbe guardato.
E non aveva scampo, nessuna alternativa: uscire allo scoperto non avrebbe risolto niente, avrebbe solo peggiorato le cose.

Voleva vedere la luce, unirsi a lei, era piccolo ma era già stanco di essere l’angolo buio.

Attorno a lui le ombre passavano e com’erano arrivate se ne andavano. Lui era immobile, immutabile, immortale. Attorno a lui anche la luce si muoveva, opposta alle ombre che faceva scappare. Ma lui invece ne era attratto e voleva toccarla, allungarsi al tramonto.

Dopo il tramonto invece la luce se ne andava sempre e lui si ritrovava a mangiare tutto lo spazio, un mostro senza forma. Era inevitabile e un po’ gli piaceva, anche senza la sua amata luce almeno si sentiva potente.
Poi all’alba il giro ricominciava, una giostra e un numero infinito di biglietti.

 

Passarono le stagioni, venne l’inverno. L’angolo buio si prese spazio, si fece forza, si gonfiò e si sentì forte. Gli mancava la luce, che si tratteneva solo per poche ore, ma tutte quelle altre in cui stava da solo…si ritrovò quasi a preferirle. Forse che non desiderasse più vederla, la luce? Forse stava meglio così, da solo, con il suo piccolo spazio. Forse quel calore emanato dai raggi del sole non era poi così indispensabile, e un angolo buio in realtà poteva benissimo cavarsela senza aggrapparsi alle ombre.
Forse.

Quando tornò l’estate si rattrappì di nuovo, indeciso se rimanere in disparte o ricominciare di nuovo a cercare la luce. Rafforzato dai mesi precedenti, si prodigò nel spingersi oltre ma invano. Rimase un piccolo angolo buio, su cui nessuno concentrò mai la sua attenzione.

Storia di una pagina che voleva rimanere bianca

C’era una volta una pagina di un diario segreto. Il diario l’avevano regalato a una bimba di 7 anni, la quale ne era entusiasta. Erano anni in cui la carta era ancora il regno incontrastato della parola scritta, contrapposto solo al regno della parola detta, cioè l’aria.

Quella pagina di quel diario aveva sempre pensato di dover finire per forza per essere riempita di parole, così come tutte le altre schiave del suo circondario. Schiave, sì, perchè è così che si sentiva: rilegata a un’esistenza prescritta e preimpostata da esseri ignoti, che l’avevano concepita e messa in fila alle altre prima ancora che lei potesse capirci qualcosa.

La bambina, ignara, riempì di scarabocchi, ingarbugliati come i suoi pensieri. Ci si rifletteva dentro lei. Intanto le pagine sottostavano al suo volere e la pagina che voleva rimanere bianca temeva sempre di più che il suo giorno fosse ormai giunto.

 

Poi la bambina si stufò e smise di scrivere sul diario. Abbandonò tutto, lasciò che nessuno facesse nemmeno più prendere aria a quelle povere pagine.
La pagina che voleva rimanere bianca era entusiasta: il suo corpo era sfuggito ai maltrattamenti.

Passarono giorni, mesi, anni: la pagina che voleva rimanere bianca ingiallì.
Solo in quel momento capì che forse sarebbe stato meglio che la bambina continuasse, forse era uguale. Ecco: la pagina che voleva rimanere bianca si capì infine di non aver mai avuto davvero un’alternativa.

Rimase chiusa nel cassetto insieme alle altre pagine per altri anni. Al buio. Le pagine scarabocchiate si sentivano vincenti, almeno loro avevano vissuto al massimo. Lei, invece, pregò che qualcuno la salvasse da quell’eterno stato di nulla.

Rimane chiusa nel cassetto invece, un sogno irrealizzato.

Storia del bruco che voleva rimanere bruco

C’era una volta un bruco, di quelli verdi brillante, chiaro come un filo d’erba appena nato.
Anche il bruco era appena nato, ed era felice: non doveva far altro che andarsene a spasso con tutte le sue zampette e cercare un po’ di cibo e ogni tanto un po’ di compagnia.
L’aria era calda ed era piacevole stare all’aperto.

Aveva buoni amici, anch’essi bruchi. Passavano tanto tempo insieme: le giornate lunghe sembravano comunque trascorrere rapidamente e quando calava la sera si salutavano sempre sicuri di ritrovarsi il giorno dopo.

Ogni tanto le intemperie li tenevano più lontani, ognuno al riparo sotto una foglia diversa, o impegnati a non incastrarsi nel fango quando pioveva. Il sole, però, non tardava mai troppo a tornare.

Poi venne il momento in cui tutti i suoi amici cominciarono a sentire il bisogno di trasformarsi e racchiudersi nella crisalide. Chi prima, chi dopo, tutti i suoi amici si trovarono una sistemazione e si prepararono, desiderosi di diventare farfalle bellissime in poco tempo.

Ma lui, invece, no. Lui voleva rimanere bruco. Gli piaceva l’idea di volare, ovvio, ma gli piaceva anche avere tutte quelle zampe e quella semplicità delle piccole cose.

I suoi amici ormai non potevano più tenergli compagnia, chiusi nei loro bozzoli. Lui li osservava: grandi, piccini, tenuti insieme da un filo sottile o uno strato più duro. Li osservava da lontano ma anche da vicino: non li capiva. Dal canto suo, continuava a trascorrere le sue giornate come prima, un po’ annoiato dalla solitudine.

La solitudine non gli faceva bene: le giornate non correvano più via velocemente, ma arrancavano così come lui si trascinava da un ramo all’altro. Però era ancora contento di essere un bruco.

Arrivò anche il momento in cui i suoi amici tornarono, uscendo di nuovo all’aria aperta. Ma la delusione fu ancora più grande: erano bellissimi, ma i suoi amici erano cambiati. Li riconosceva a stento.

Non volevano più stare con lui, non volevano più passare le giornate come una volta. Erano sempre frettolosamente presi dal loro sbatter d’ali, alla ricerca costante di cibo o di altro che lui, lì a terra, nemmeno vedeva.

I suoi amici, quel poco di tempo che gli dedicavano, lo passavano a cercare di convincerlo: “Dai su muoviti, manchi solo tu. Da qui, dall’alto, è tutto bellissimo”.

Ma lui no. Voleva rimanere bruco. Non capiva proprio cosa ci potesse essere di meraviglioso nel dover continuare a sbattersi così tanto, a lui non serviva nient’altro che già non avesse.

Gli venne un giorno la tentazione, provò a convincersi: “Volare, in fondo, dev’essere bello. Se lo fanno tutti…e poi magari un’altra prospettiva piacerebbe anche a me”.
Ma durò poco, il bruco voleva rimanere bruco.

I suoi amici tornarono sempre più raramente, alcuni perirono poco dopo. La vita delle farfalle era una corsa molto più corta. In breve si ritrovò solo, di nuovo. O forse lo era rimasto già all’epoca, quando gli altri cominciarono la trasformazione e lui era rimasto bruco.

Da solo, ma ancora bruco. E bruco rimase. Trascorse ancora qualche giorno a mangiare la foglia, l’ultima dell’albero su cui si era ritrovato a stare. Tutto stava diventando freddo, le giornate diventavano buie più in fretta.
Ma poi il buio rimase e il bruco non si svegliò più.

Alta marea

E’ come trovarsi davanti alla tempesta quando invece si vorrebbe solo una spiaggia deserta con un mare piatto davanti, giusto due piccole onde per fare sottofondo.

 

Sentitevi in colpa, non sentitevi in colpa, non sentitevi affatto, non sentitevela, se non vi va in fondo me la cavo anche da sola, il fondo me lo scavo anche da sola.

Con i granelli di sabbia sotto le unghie, i palmi accartocciati come quella bozza che è rimasta sempre a metà, ma sotto l’acqua scorre come il tempo, mica si ferma.

La testa ci sta, ci entra dentro tutta e ci rimane, struzzo che non sono altro. La sabbia è umida ma mi graffia la faccia perchè è ruvida.

 

“Anche perché, molto probabilmente, è stanca, non ce la fa…”