Zac

Stasera mi sono affettata un dito. La lama sottile e affilata non si è nemmeno accorta di affondare.
Poi l’ho assaporato ancora fresco. Assomigliava alla ruggine che assottiglia il ferro e lo mangia via.

Povero sangue, preso alla sprovvista è dovuto uscire di corsa per circondare l’area e fronteggiare l’emergenza.

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L’accumulatrice seriale

Cosa me ne faccio delle mie lamette?

Le impilo e le dispongo in fila con ordine maniacale, non una virgola fuori posto.

Ma non tagliano. Non feriscono e non fanno male.

Non graffiano nemmeno, non si sentono e non lasciano il segno.

Cosa me ne faccio?

Disposte così, tutte una dietro l’altra come soldatini di piombo.

Pesano, quello sì. Pesano eccome. Sicuramente troppo.

O forse è meglio dire che sono pesanti, da far fatica a tenerle in piedi.

Cosa me ne faccio delle mie stupide lamette?

Piccole, grandi, strette, larghe. Sono affilate per penetrare meglio, ma non ci riescono.

Le riguardo ogni tanto, per vedere se migliorano.

Ma niente, loro non fanno niente.

Cosa me ne faccio delle mie lamette?

 

 

 

L’altalena

Stare seduti e dondolare sempre più forte.
Sempre più in alto guardando giù.
Sempre più in alto guardando su.
Sempre più in alto, sempre più forte.
Spiccare il volo mentre si è all’apice del successo e staccarsi da tutto. Sentire il proprio corpo libero dalle certezze materiali e farsi circondare solo dall’aria. Sentire ogni parte di sé stessi svincolata da quello che fino a un attimo prima ci aveva tenuti al sicuro.
Chiudere gli occhi e credere di poter cavalcare le correnti che in casa farebbero sbattere le porte. Continuare a volteggiare per attimi rallentati all’infinito. Controllare le scorte d’aria e ricordarsi che quella è l’unica cosa che non ci manca.

Accorgersi troppo tardi che bisogna tornare con i piedi per terra. Provare a ricercare l’equilibrio mentre l’asfalto ruvido si avvicina, ingrandendosi come sotto una lente.
SBAM
C’è chi cade in piedi, chi si sbuccia mani e ginocchia e si rialza in piedi, chi si lascia cadere di schiena e rimane giù a guardare il cielo, chi sbatte la testa e magari si risveglia domani.
C’è chi crede di esser caduto e sta ancora sognando sull’altalena.

 

“La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia”.
Arthur Schopenhauer

Spioncino

Butta via le chiavi

di lettura di casa di violino. Del cuore della prigione del giardino del diario dei segreti.

 

Fai che non ci sia più nemmeno la serratura, nè nulla da serrare. A parte la bocca e gli occhi.

E che tutto sia libero da idee, opinioni, muri veri o inventati, linee guida da seguire, emozioni contrastanti. E non ci siano righe da riempire, parole e angoli da nascondere. E si possa apprezzare la realtà così com’è, che si possa ascoltare il silenzio. E il buio rappresenti una valida alternativa, che la notte è bella se non ci sono nuvole.

Vorrei fotografare gente triste.

Lo avevano già capito loro, quando tutto ebbe inizio.

Ce lo aveva descritto anche lui poco dopo, in maniera diversa. Avrei voluto conoscerlo, per discuterne insieme.

Avere davanti la versione statica di attimi irripetibili, la versione immobile di anime intrappolate per sempre. Quei sorrisi così astratti, da estrarre dal contesto e analizzare come fossili millenari.
Quegli sguardi così attenti, accesi. Fortunati. Che fortuna che avete voi, a riuscire a farcela. A fermare tutto là dentro e fingere che quello sia più vero del domani, forse anche dell’oggi.
Sorridete, magari vi muovete anche mentre lo fate. Continuate a sorridere. Così, in maniera perpetua, costante.
Certi che poi se l’obiettivo è girato dall’altra parte allora si può rilassare i muscoli. Può essere faticoso sorridere sempre.
Ma gli occhi sono sempre puntati, come farete?

Lo avevano già capito loro, quando per un sorriso statico bisognava stare fermi ore intere.

Ora che basta così poco, vorrei sapere a cosa credere.

Preferirei scattare prima del via, per prendervi ancora prima che siate partiti.

Piccole cose

Il peso specifico del pelo nell’uovo e dell’ago nel pagliaio.

L’attimo fra il suono del campanello e l’aprirsi della porta.

La goccia che fa traboccare il vaso e la scintilla che fa esplodere.

Il sassolino nella scarpa.

Il passaggio fra stato di veglia e quello di sonno.

Le circostanze, le frasi fatte, le abitudini e le azioni quotidiane.

 

Tutto e il contrario di tutto si annullano per mantenere immobile l’aria che diventa pesante. Spessa. Spesso. Ma malvolentieri.