Quello che so fare meglio

Mi viene così male che quasi non lo faccio.

Non lo faccio più e mi dimentico di come si fa. Non lo faccio, non mi viene.

Con gli occhi degli altri è più facile ma io i loro occhi non li ho. Non mi spettano e non aspettano che arrivi anche io. Che arranco, sforzo i collegamenti e spingo in fuori per capire se mi sbaglio. Se riesco a vedere con i loro occhi.

Non è solo la retina, non la pupilla che si restringe. Un puntino piccolo in mezzo a quell’iride che spinge.

Mi viene male o non mi viene, non lo faccio. Se perdo di vista come si fa non mi viene più e non lo posso più fare.

“Dio!” grido, ma non per chiamarlo, ché sono sola in mezzo a tanti ma nessuno che mi presti gli occhi.

 

[Me li vogliono aprire dicono, ma se poi spingo e vedo oltre e poi non mi viene più io preferisco non vedere]

Mare di vetro

Mare di vetro.

Mare che taglia il cielo all’orizzonte.

Mare, che appuntito disegna onde impossibili.

Mare, aiutami ad amare.

Che io mi sento un pesce fuor d’acqua,

con il resto del mondo a boccheggiare

e io, mare, vorrei essere aguzzino come te.

La solita solfa

Vederci solo a occhi chiusi. Sentire solo con il silenzio attorno. Provare, senza sapere quanto si può spingere.

 

Forse si è più forti se si sta scoperti, con il freddo e le intemperie che ti temprano e ti temperano. Appuntita, puntigliosa, gelida fin dentro. Con gli occhi sbarrati si è più gelidi, statue di sale. Con le labbra serrate si è più gelidi, non passano che spifferi, alitati come vento fra le fronde degli alberi.

Con le mani nelle mani, le dita nelle orecchie, la lingua fra i denti, tutto si trattiene e alla fine la testa è fra le nuvole.

Ode brevissima ai calzini spaiati

Se ne vanno agli appuntamenti al buio nei cassetti, i miei calzini spaiati.

Che vivono in un mondo fatto solo di apparenza, di trasparenza elastica.

Se ne stanno tutti assieme, un’orgia di colori e fantasie mal celate.

Un’esistenza di necessità fondamentali e fondamenta necessarie.

Se ne fregano di chi li squadra da capo a piedi, dei giudizi preimpostati.

Fanno quel che vogliono, non le seguono loro le orme, fanno passi falsi.

Se ne stanno sbagliati, ribelli, belli, diversi, nessuna uniforme dichiarata.

Sono teneri e un po’ spaesati, un esercito senza formazione né partito preso.

Se ne stanno soli in mezzo a tanti, tutti insieme nella loro solitudine.

E poi un giorno forse troveranno l’anima gemella e metteranno le teste apposto, una di fianco all’altra, per poi appallottolarsi assieme in un unico cuore di stoffa ordinatamente ingarbugliato.

 

Stringi, lega, strozza

Il prezzo da pagare per la sopportazione è alto, le carte in gioco importanti. Non è una mano, ti sei presa tutto il braccio.

Stringi, lega, strozza, schiaccia, premi, spingi, spoglia, tocca, senti, schiaccia, premi, spingi, stringi, lega, strozza.

Bada, che se tiri troppo la corda si spezza. Ti lascia e tu cadi. E no: non ci sarà qualcuno dietro, solo il freddo pavimento. Culo per terra, un tiro alla fune a un tiro dalla fine.

Giro tondo, giro il mondo, giro collo: stringi, lega, strozza. Girovaga, giro via, girovita: stringi, lega, strozza.

Dei nodi ci si innamora quando li si ha in tasca, ché ci legano a qualcosa di importante, eh no che non mi dimentico. Ma se poi arrivano tutti al pettine la si può passare liscia?

Lascia, vieni, logora, vieni via. Stringi, lega, strozza. Livido, vivido, lavativo, vocativo. Stringi, lega, strozza.

Ops, l’errore di inciampare o inciampare in un errore. Porre troppa attenzione ai particolari e perdersi fra i sensi generali. Coordinare le parole e i gesti con fili invisibili da burattino.

Stringi, lega, strozza, stringi, lega, strozza, stringi, lega, strozza, stringi, lega, stronza.

Bozza di carta non stampata

Occhi bene aperti, cuori anche. Si cerca di non sbagliare, di prendere bene la mira. Di non perdere.

Di non lasciarsi prendere o non lasciarsi perdere?

Occhi sbarrati, cuori anche. Troppa, la luce penetra e fa male, ché rischiara i bui della mente.

A bocca aperta, a cuore aperto: non si può fingere, l’espressione è facile, elementare.

Cosa ci costa? Scoprire tutto quando troppo tardi: i trucchi di un mago quando ormai il gioco è fatto.

L’esibizione giunge al termine e si rimane in bilico fra estasi, dubbio, ammirazione, curiosità.

Carte scoperte, io sto zitta.