Affari di stato personale

Questo è un post mio, solo mio. Qui comando io, il blog è mio, si chiama “Come dico io” proprio per questo, quindi se volevate delle informazioni utili o chissà cosa, stavolta siete nel posto sbagliato. Andate a leggere altro, un buon libro, o le cattive notizie del giorno.

 

Tra qualche giorno mia sorella se ne va, e sono davvero contenta per lei. Giuro. Spero di rivederla solo saltuariamente, nelle occasioni in cui ci ritroveremo, con e senza famiglia intorno. Un po’ di invidia e tanta speranza per lei. Londra è multietnica, di spazio ce n’è per tutti, e lei minuta com’è può starci tranquillamente. Spero se la cavi benissimo e non si faccia spaventare da una città così grande.

La mia migliore amica se n’è già andata. Non fisicamente, ma mentalmente. Un lavoro in ufficio, otto ore al giorno insieme a colleghi e colleghe, due settimane di ferie all’anno, e la metamorfosi ha avuto tutto il tempo del mondo per avvenire. Ultimamente l’ho riconosciuta solo quando si è vestita – casualmente – uguale a me. Spero sia contenta così, anche se la sera non si va più oltre la mezzanotte o poco più come una Cenerentola che ha paura di perdere le ore di sonno.

Il mio migliore amico l’ho mentalmente perso tanto tempo fa. Come la corda usurata che piano piano si assottiglia e si sfilaccia fino a spezzarsi, ora siamo su due navi diverse, anche se nuotiamo in acque simili. Con tutto quello che ci accomuna non potrebbe essere altrimenti, e procediamo così paralleli da non vederci nemmeno. Se allungo la mano forse lo sfioro ancora, ma non ci riesco sempre.

Il mio ragazzo c’è, è una boa che mi fa da pianeta, mentre io giro come un satellite. Lui per esempio c’è troppo. Saldamente ancorato al fondo, vorrebbe trascinare anche me. Ogni tanto cambia idea, ma gira che ti rigira è sempre fermo. L’ancora che lo trattiene è troppo pesante. Io vago ed orbito intorno, cercando di capire se riesco – se voglio – riuscire a staccarmi dalla sua orbita e cercare un posto nello spazio che sia più mio.

 

Ecco. Questo è il problema. Quando tornai dall’Australia in quel freddo e stupido gennaio 2011 avevo già capito che sarebbe stato un errore. Un madornale errore che con orrore mi avrebbe portato allo stato attuale, in cui soffoco claustrofobicamente i miei veri pensieri e desideri. Tornando qui in quel momento avevo ancora tante persone da cui trarre ossigeno, succhiandolo via dalle loro risorse in cambio di tutta me stessa. Ma ora non ce n’è più, non è abbastanza, o forse sono io che non lo voglio più.

Voglio un’aria tutta mia, voglio uno spazio mio. Voglio allargare le braccia e toccare con le dita tutti loro, sentirli vicini e lontani allo stesso tempo.

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